Provincia

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Cammino, solo, dove mi porta il vento, un pò come un viandante, c’è quel sentiero a sud est oltre il mio quartiere che ha uno strano potere gravitazionale su di me, supero dei palazzi arancioni e bianchi, sorrido alla mia amata Villa che ancora dorme con l’erba alta, dopo una lieve salita c’è una grande casa dalla facciata completamente ricoperta di edera, poi una ripida discesa transennata e disegnata da vecchie mura scolorite, anch’esse ricoperte da dell’altra edera, di tanto in tanto intravedo il paesaggio a sud ovest attraverso degli archi rossi, finalmente il torrente.
Voglio raggiungere quel sentiero! Prima però c’è un grande viale in salita che se lo seguissi fino in fondo mi porterebbe in mezzo a verdi colline, cipressi e nuvole di panna, lo prendo, costeggiando a volte il lato sinistro dei campi, a volte quello destro del torrente fino a che ad un certo punto il rio mi passa sotto i piedi come un serpente gigante.
Mi passano accanto rondini e rondoni, senza auto in circolazione è bello, si sente il vento accarezzare i “forasacchi”, un cancello di legno emerge da un orto abbandonato alla mia sinistra, un cartello storto recita la scritta “fondo chiuso”, mi fermo un secondo, a bocca aperta guardo attraverso la rete di ferro verde a rombi.. Sono quasi arrivato, controllo la mappa, il cinguettare ininterrotto di una cincia, supero un oliveto, riguardo il gps e scorgo forse dal lato opposto della strada un’apertura nel fitto del bosco alle pendici della collina. Si! Ci siamo è la traccia, in evidente stato di abbandono, il fondo del sentiero è molto foglioso e pieno di sassi e rovi, ma esserci c’è, aggrappandomi a qualche giovane leccio mi aiuto nella salita e mi svincolo tra le formazioni di argilla ed il viottolo finalmente si apre, lo seguo. Una ghiandaia mi plana davanti in silenzio e circa dopo una mezz’ora di cammino sono dentro la lecceta. Non voglio inoltrarmi più di tanto nella macchia, non oggi, ma voglio girare attorno ad un piccolo anello per uscire davanti all’ex mulino sul torrente.
Una pozzanghera, riflessi di un cielo nuvoloso tra gli aghi di pino, un rigagnolo in secca, echi di altri tempi tra i ciottoli di vasellame sparsi per terra, un sali scendi continuo come in una montagna russa selvatica, rosa, il rosa dei ciclamini, “aia!” Dei rovi penzoloni dall’alto, curva a destra, buffi e teneri bisogni espletati sul cocuzzolo di muschiosi massi, scendi a sinistra, un’acre odore di urina, forse di volpe, chissà! Alcuni rami frondosi, passo corto lungo il bordo ripido di una conca, hop! Salto! Dei tronchi mangiati, devo far attenzione alla caviglia destra, l’odore di resina nell’aria, poi il sentiero scende in piano e davanti a me, totalmente inerme si apre uno spettacolo inatteso.

Mi sento come al portone di una grande cattedrale.
Una navata gigante, vuota, nella mia solitudine una corrente flebile mi soffia da dietro la schiena, si muovono le foglie, ho un pò di soggezione ad oltrepassare quella soglia, entro a passi leggeri dentro questo tempio, in silenzio, mi guardo dal basso verso l’alto, mi sento molto più piccolo ora.
I pilastri non sono fatti di mattoni e le pareti non sono di muratura, ma tutto attorno a me è vita.
In una vasta area sono circondato da una serie maestosa di creature, sono alberi.
Querce dette “Quercus ilex”, intorno svettano i lecci più grandi e più anziani, a loro volta abbracciati da quelli più giovani ed al centro come una comunità, con le foglie più grosse e morbide per catturare meglio la luce nel sottobosco, crescono i più piccoli…
Cammino piano, verso il centro, un intreccio tra tronchi alla mia destra, c’è persino chi si abbraccia e chi è geloso. Posate sul fondo, reliquie di antichi splendori ancora oggi fonte di vita…
Poco più avanti verso l’esterno un ceppo da cui partono cinque o sei giovani fratelli, uniti dalla stessa radice, ma con grinta, tutti diretti e spinti in diagonale verso l’alto in diverse direzioni, quasi a sfidare il declivio del colle.
Finalmente sono giunto all’altare, qui un leccio, forse il più robusto, il più anziano di tutti è rivolto perfettamente verso il cielo, domina in posizione eretta e centrale, al tempo stesso non opprime ma offre riparo e sostegno agli altri. Non è un lui, già, nè una lei, come tutti gli altri sui simili del resto, ha sia fiori maschili che femminili, si dice che è una pianta così è monoica, contiene il perfetto equilibrio dei sessi e gli trascende e questa non è solo una pianta, è qualcosa di più di un’individuo unico, isolato, ho letto che ogni sua cellula svolge tutte le funzioni vitali in completa sinergia come un’operosa colonia di più esseri.
Tuttavia non riesco ancora a capire.. ..C’è qualcosa..
Alzo la testa e non riesco a vedere la fine delle fronde o il loro confine…
Ho come uno struggimento addosso, quanto tempo è trascorso? Ho perso la percezione del tempo o forse ne sto guadagnando un’altra? Quella specie di paura che avevo inizialmente sento che si sta evolvendo in qualcos’altro, è un pò come star sotto la grande cupola del Pantheon con la differenza che le divinità le puoi toccare e loro possono toccare te.
…Adesso voglio accarezzare la corteccia,
ecco poggio delicatamente la mano.

…Che strana sensazione, sento il profumo della luce, mi ha toccato uno scricchiolio, un brivido sulla spalla destra, sei te? Un picchio verde!? Sento nelle mie vene la pressione della linfa che sale dalle radici più capillari e profonde nel terreno verso il ramo più articolato, assottigliato e alto che c’è e viceversa, ho come la sensazione sulla lingua di un suono melodioso e vedo l’ossigeno tingersi di giallo, ora di rosso e di viola, poi blu e rosa e tutti gli altri sempre più velocemente che si mescolano fra di loro.
Non mi sento più le dita dei piedi, non mi reggo sulle gambe sono come intorpidite, perché mi accade questo? Non riesco più a staccare la mano dall’albero! “Aiutoo!! Vado in alto! Salgo!” Ma che succede, “morirò?! Mi sto trasfor?!” la mano si fonde con la corteccia, ora il mio corpo, è quasi piacevole si, ma chi sono? Sento che sono tutto, sono tra le radici, eccone una, un migliaio, adesso sono qui, ma è un’altro albero? Un lombrico, ma dove mi trovo? Ora su entrambi, tre, quattro, cinque, oddio ma cosa!? Sono ovunque, ah si sono tutto il bosco! Una farfalla grande quanto un palazzo mi viene incontro, poi, “aiutooo!!! L’asfaltooo!??!!! L’autooo!! Volooo!!!” Mi trema la coda, per un pelo non mi metteva sotto quell’auto! Ma un momento! Ho appena perso la foglia destra di quattrocentotrentacinque giorni del ramo sinistro della sedicesima ramificazione destra, protuberanza est-nord-est del terzo grande ramo del 34miliardesimo e 456milionesimo di 253mila e 261esimo leccio boreale. Wow! Il sole ora sorge e scende velocissimo! Luna gigante, lupo corre sotto i piedi, corri luna calante, assiuolo tra i capelli, buio, lampo, goccia di pioggia che solletico!
Una notta di tre miliardi di anni, un giorno di un secondo, amo la luce ma ho bisogno anche del buio.
“Adesso va!”

Mi cade una foglia in testa,
posso staccare la mia mano dall’albero, ..wow…
E’ stato un sogno ad occhi aperti durato un istante?
…Cosa è successo…
..Ora lo percepisco.. ..io?
io cosa? ..io sono, sono tutto e niente, credevo di essere solo un visitatore qui, un’estraneo in mezzo a tanti estranei, invece eccomi, sono invitato in una comunità di molteplici esseri connessi fra di loro, è strano, questo bosco si comporta come un grande essere che sfugge alla logica animale. Sono io stesso tutto questo al tempo stesso? Forse si, senza più “io, tu, egli” ma noi siamo e forse neppure senza il “noi, voi, essi”, ma tutti al medesimo tempo sono essenza perché sento che tutto è un albero, tutto è gli animali, tutto è il bosco, tutto è la natura. I nostri strumenti di conoscenza del mondo, la nostra lingua e interpretazione dell’universo sono forse obsoleti, come faccio a descrivere pienamente che tutto è? Come faccio a comunicarlo? Ma voglio viverlo.
Questa forte ed inspiegabile consapevolezza vorrei che resistesse e mi illuminasse, una volta abbandonato questo spazio fuori dal tempo e questo tempo fuori dallo spazio, una volta tornato a casa.
Immaginiamo se, se la nostra consapevolezza di esseri umani si ampliasse a tal punto da sentirci gli uni collegati agli altri, trascendendo le apparenti differenze e diseguaglianze che noi soli creiamo, valicando i confini della mente razionale, superando il concetto di separazione stessa, tra tanti e diversi esseri della stessa specie e pure tra specie diverse, come una rete invisibile che connette tutti gli esseri di questa insondabile realtà che tutto è.
Immaginiamo come potremmo sentirci e come potremmo vivere.

..Ora devo andare, cammino verso l’uscita con un mezzo sorriso sulle labbra ed un energia addosso travolgente, la vedo vibrare di verde elettrico, ovunque mi pervade.
Qui non c’è più spazio per l’ego ma solo per ciò che è eco.

..Ecco che intravedo l’ex mulino sul torrente da una fronda, adesso sento sete, ammetto che in modo poco saggio mi sono dimenticato l’acqua in questo pellegrinare pomeridiano ed anche un certo languore mi prende allo stomaco, ma che strano… Prima sentivo come se non avessi più bisogno di niente, adesso sarà la fatica o l’orario ma è il caso che torni verso casa, anche se già qui a casa mi ci sento un pò, quindi perché dire“tornare”?
Faccio un altro percorso, ma è avanti che proseguo il mio cammino perché la mia casa è già nella nostra grande casa.


Francesco Poggiali

Sudore e soddisfazioni


Francesco Poggiali

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